L’ENAM, perchè farla fuori?
Manovra del Governo: un emendamento cancella l’Ente di solidarietà dei maestri
Comunicato della Presidenza Nazionale AIMC
Con l’approvazione della Commissione Bilancio del Senato, nella seduta pomeridiana del 24 giugno, dell’emendamento presentato dalla senatrice Germontani sembra avviarsi a concretizzazione la fine della storia dell’ENAM.
Per i più, e certamente per coloro che non da ora ne auspicano la chiusura, è soltanto una sigla, anzi un Ente “inutile”. Per i docenti e i dirigenti della scuola dell’infanzia e primaria, l’Ente Nazionale Assistenza Magistrale rappresenta invece l’incarnazione della solidarietà della categoria verso coloro che si trovano in situazioni di difficoltà e bisogno.
Si tratta di un Ente creato e sostenuto dagli stessi assistiti con la quota, obbligatoria, detratta mensilmente dal proprio stipendio. Un’istituzione, quindi, che non rappresenta in alcun modo una fonte di spesa per lo Stato e che appartiene, eticamente, alla categoria magistrale che ne ha costituito, dalla sua fondazione nel 1947 ad oggi, il solido patrimonio immobiliare e mobiliare.
Non sembra corretto, quindi, nei confronti dei circa 300.000 docenti e dirigenti scolastici contribuenti e dei quasi 1.300.000 assistiti (dati dell’Ente), cassare con poche righe in una legge una realtà significativa e ancora attuale, considerando che, non più tardi dello scorso 22 febbraio, il Consiglio di Stato ne riconosceva il ruolo nel sistema sociale nel “[…] sostenere e supportare fasce di cittadini che potrebbero essere non sufficientemente sorrette dal sistema pubblico”.
L’Associazione Italiana Maestri Cattolici, che tanto contribuì alla nascita dell’ENAM, riafferma l’inderogabile etica necessità di coinvolgere democraticamente tutta la categoria magistrale in qualsiasi decisione sul futuro dell’Ente, patrimonio dei docenti e dei dirigenti.
Si auspica, quindi, che le esigenze di cassa ancora una volta non gravino, direttamente o indirettamente, sui professionisti della scuola italiana.
Roma, 25 giugno 2010
La presidenza nazionale Ai
La scuola ha bisogno di nuovi Socrate
Un insegnante può cambiare la vita di uno allievo…..Insegnare è una professione ma non è soltanto questo: è una vocazione. Oggi invece la visione burocratica vince sull’educazione.
Arne Duncan, responsabile dell’educazione negli Usa, lancia l’allarme: «Manca oggi una classe di docenti motivati e di talento»
di Arne Duncan*
Nel campo dell’istruzione l’America deve affrontare tre grandi sfide che impongono un miglioramento dei programmi di formazione didattica più che mai urgente. Primo, l’istruzione che milioni di americani hanno ricevuto in passato non è più al passo con i tempi. In un’economia globale competitiva, persino chi possiede un diploma delle superiori, se non si iscrive all’università, si ritrova con una gamma limitata di possibilità.
Secondo, oggi più che mai dobbiamo riconoscere la necessità – e il dovere per una scuola pubblica – che tutti gli studenti possano trarre dall’insegnamento tutto il potenziale possibile. Allo stato delle cose, tuttavia, ci troviamo ben lungi dall’avere conseguito l’agognato obiettivo di pari opportunità educative.
Attualmente quasi il 30% dei nostri studenti abbandona la scuola o non riesce a terminare gli studi superiori nei tempi previsti. A malapena il 60% degli studenti afro-americani e ispanici riesce a diplomarsi entro i regolari anni di corso. Se abbiamo a cuore il desiderio di offrire possibilità, di ridurre le disuguaglianze, di promuovere la coscienza civica e la partecipazione, è l’aula scolastica il punto da cui partire.
La terza sfida è l’esodo di massa dal corpo insegnanti da parte delle persone nate negli anni del baby boom previsto per il prossimo decennio.
Attualmente contiamo 3,2 milioni di insegnanti che lavorano in circa 95.000 scuole. Nei prossimi quattro anni potremmo perdere un terzo dei nostri insegnanti e funzionari scolastici più esperti, causa pensionamento e logoramento. La nostra capacità di attrarre, ma, ancor di più, di trattenere i grandi talenti nei prossimi anni lascerà un’impronta profonda sull’istruzione pubblica. È davvero un’opportunità che capita una sola volta nell’arco di una generazione. Per mantenere competitiva l’America, e per trasformare in realtà il sogno americano di un’uguale istruzione garantita a tutti, è nostro dovere reclutare, retribuire, formare, ascoltare e rispettare una nuova generazione di insegnanti di talento. Per ottenere questo è tuttavia essenziale elevare lo standard dei programmi di formazione didattica poiché agli insegnanti di oggi, rispetto anche a soli dieci anni fa, chiediamo molto di più.
Il presidente Obama si è infatti posto l’ambizioso obiettivo di far riguadagnare all’America, entro il 2020, il primato della nazione che vanta, in proporzione, il più alto numero di laureati al mondo. Per raggiungere tale obiettivo, tuttavia, sia il nostro sistema scolastico sia i programmi di formazione didattica devono migliorare sensibilmente.
La posta in gioco è immensa e il tempo di aggrapparsi al passato è finito. C’è una ragione per cui molti di noi ricordano per sempre il proprio insegnante preferito. Un grande insegnante può letteralmente cambiare il corso della vita di uno studente. Gli insegnanti accendono una curiosità che dura tutta la vita, destano il desiderio di partecipare alla democrazia e instillano la sete di conoscenza. Non sorprende che tutti gli studi affermino ripetutamente come sia la qualità dell’insegnante responsabile della classe il fattore decisivo per la crescita scolastica di uno studente, e non le condizioni socioeconomiche o l’ambiente familiare.
Reclutare e addestrare questo esercito di nuovi, grandi insegnanti dipende fortemente dalle nostre facoltà di Scienze dell’educazione. Esse avranno il compito di formare più della metà dei nostri futuri docenti.
Le facoltà umanistiche e scientifiche rivestono un ruolo assolutamente essenziale nel consolidare il bagaglio culturale di un futuro insegnante. Fatico a capire i rettori e i presidi delle facoltà umanistiche e scientifiche che trascurano i programmi di Scienze dell’educazione delle loro università. Il fatto è che Stati, distretti, e governo federale sono ugualmente responsabili della costante debolezza dei programmi di formazione didattica delle facoltà di Scienze dell’educazione. Gran parte degli Stati membri approvano d’ufficio i programmi delle facoltà che, solitamente, si basano su criteri di valutazione degli studenti affidati a test scritti senza una reale valutazione della loro effettiva preparazione all’insegnamento in una classe. Pochissimi Stati e pochissimi distretti monitorano attentamente il lavoro degli insegnanti, valutando se e quali programmi di formazione didattica hanno creato docenti ben preparati e quali invece insegnanti dal rendimento scarso. Dovremmo, da un lato, studiare e riprodurre le pratiche rivelatesi efficaci e, dall’altro, esortare gli insegnanti meno efficienti a rivedere il proprio modo di lavorare o a rinunciare a questa professione.
S’è detto spesso che i grandi insegnanti sono eroi di cui non sono cantate le gesta, ma a parer mio questa evidente verità ha un significato profondo. L’insegnamento è una delle poche professioni che non è solo un lavoro o addirittura un’avventura estemporanea: è una vocazione. I grandi insegnanti si sforzano di aiutare ogni studente a sbloccare il proprio potenziale e a sviluppare l’atteggiamento mentale che gli servirà per tutta la vita. Essi lavorano nella convinzione che tutti gli studenti abbiano un dono, anche quando dubitano di se stessi. Le sfide che il nostro sistema scolastico ed educativo deve affrontare sono enormi. Ma altrettanto immensa è l’opportunità di servire al meglio i nostri figli e il bene comune.
* Segretario di Stato all’Educazione degli Stati Uniti
Da Avvenire, 2 giugno 2010, pag. 27
Per saperne di più: Il prossimo numero «Atlantide», quadrimestrale della Fondazione per la Sussidiarietà diretto da Giorgio Vittadini, si occupa della scuola e dell’università costretta a confrontarsi con la crisi economica e il conseguente problema degli investimenti in ricerca e formazione. Non tutti i Paesi stanno agendo nello stesso modo. Agli interrogativi rispondono tra gli altri: Nikolaus Lobkowicz, John Wood, Rafael Sánchez Saus,Vladimir Vorob’ev, Giuseppe della Torre, Carlo Pelanda e il ministro Usa Arne Duncan.
Vedi : http://www.sussidiarieta.net/node/165
La formazione iniziale dei docenti
Il 20 maggio 2010 il Presidente dell’AIMC ha presentato alla VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati le sguenti osservazioni relativamente alla schema di regolamento n. 205 riguardante la formazione iniziale degli insegnanti:
Leggi documento: 20 maggio 2010 Audizione Comm Cultura Camera
RICOEUR: il filosofo del perdono
Ricoeur: il filosofo del perdono
A 5 anni dalla morte, il punto sull’eredità dell’allievo di Husserl e Mounier, teorico di riferimento di Rahner e Congar al Concilio Il discepolo Jervolino: ha usato i «maestri del sospetto» per togliere la maschera a troppe nostre sicurezze Padre Cucci: ma per lui l’essere personale si poteva cogliere solo nella «logica della sovrabbondanza», ovvero attraverso l’economia del dono.
DI FILIPPO RIZZI
Era un venerdì, il 20 maggio di cinque anni fa, quando nelle prime ore del mattino si spegneva nella sua abitazione di Châtenay Malabry, presso Parigi, nel complesso edilizio Les Murs Blancs che Emmanuel Mounier aveva fatto costruire per i più stretti collaboratori della rivista Esprit, il filosofo Paul Ricoeur (1913-2005), l’erede spirituale di Edmond Husserl e dell’esistenzialismo cristiano. Stelle polari della sua formazione furono, non a caso, Emmanuel Mounier, Gabriel Marcel e Karl Jaspers. Ricoeur fu, tra l’altro, il filosofo di riferimento per la rivista Concilium
nei primi anni della sua nascita, soprattutto per teologi di rango come Karl Rahner, Yves Marie Congar e Edward Schillebeeckx. Allevato dai nonni nella fede protestante, Ricoeur era nato nel 1913 a Valence ed era stato fatto prigioniero dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Vicino al socialismo cristiano di André Philip, aveva insegnato in varie università: dalla Sorbona a Lovanio e negli Stati Uniti a Yale e Chicago. Oppositore di ogni forma di totalitarismo, memorabili rimangono le sue denunce contro le atrocità perpetuate nelle guerre di Algeria degli anni Cinquanta e di Bosnia nel 1992. Ora, a 5 anni dalla scomparsa, rimangono soprattutto vivi i suoi insegnamenti di filosofo e di uomo di dialogo a cominciare dai suoi saggi più famosi, solo per citarne alcuni, come Finitudine e colpa o Il conflitto delle interpretazioni. Di questo ne è convinto uno dei suoi più affezionati discepoli, Domenico Jervolino, oggi docente di ermeneutica e filosofia del linguaggio all’università Federico II di Napoli: «Quello che mi ha sempre affascinato del suo pensiero è stata la ricerca attorno al tema del soggetto, della soggettività da ricomprendere e reinterpretare nel suo rapporto con l’alterità. Forse la sua grandezza maggiore è stata, a mio avviso, quella di credere che la filosofia non deve mai bastare a se stessa ma deve trarre linfa anche dalle tradizioni ricevute, dalle scienze dell’uomo e dal nostro inconscio e proprio da tutto ciò che è altro dalla filosofia». Un lascito, quello di Ricoeur, da riscoprire soprattutto per come ha introdotto la ricerca filosofica nel difficile terreno della psicoanalisi, soprattutto quella di stampo freudiano: «Ricoeur trova in Freud l’interlocutore privilegiato, che pone in questione una coscienza troppo sicura di sé e mette in gioco anche le cosiddette ‘pulsioni inconsce’. Non a caso, assieme a Freud, considera Nietzsche e Marx i cosiddetti ‘maestri del sospetto’ perché capaci di scoprire che sotto il soggetto c’è qualcosa d’altro, una maschera dove il soggetto risulta essere un ‘testo tutto da decifrare’ ». Dal canto suo un altro discepolo, il professore emerito di storia della Filosofia all’università di Roma Armando Rigobello, oltre a collocare Ricoeur come «continuatore ideale del personalismo comunitario di Mounier, in un certo senso» anche per il comune «pudore della testimonianza », mette in evidenza la sua attenzione alla trascendenza nonché l’affinità al magistero cattolico e alla Bibbia: «Ricoeur si è abbeverato ai testi sacri di cui si fa interprete. Fondamentale in lui l’esegesi della Parola.
Costante è nei suoi scritti il confronto con la trascendenza, la ricerca filosofica e l’esperienza religiosa. Ricoeur è soprattutto preoccupato di difendere i suoi scritti dall’accusa di costruire una cripto-teologia, anche se riconosce che le motivazioni profonde dei temi da lui trattati nascono dalle convinzioni religiose ». In ultima analisi – è la conclusione di Rigobello – «la sua filosofia è aperta alla trascendenza, anche se non la fonda». Ma per capire nel profondo il pensiero e l’ermeneutica biblica ricoeuriana bisogna affrontare un argomento nodale della sua ricerca: il perdono. Proprio su questo tema si è soffermato, con un ampio articolo su La Civiltà Cattolica, nel settembre scorso, il gesuita e filosofo della Gregoriana Giovanni Cucci: «Il perdono dice qualcosa dell’essere stesso. Per Ricoeur lo si può cogliere soltanto in un’economia del dono, frutto di quella che chiama ‘logica della sovrabbondanza’. Il perdono ne è il versante supremo, esso manifesta il riferimento non solo a una colpa commessa, ma anche alla dignità del suo autore, nella fiducia che egli potrà fare di più e meglio di quanto compiuto, potrà essere diverso da se stesso. Come dice Ricoeur con una formula suggestiva: «Tu vali molto più delle tue azioni’ ». Un «auditore della Parola », un «pensatore responsabile» un «filosofo sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II»: sono tante le definizioni ma anche i ricordi che tornano alla mente del cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio consiglio per la Cultura. La sua amicizia con Ricoeur è incominciata a Parigi negli anni Settanta, durante i molti seminari sull’ecumenismo all’ Institut Catholique, e poi è continuata a Castelgandolfo nei tanti convegni estivi con Giovanni Paolo II assieme a Hans Georg Gadamer ed Emmanuel Lévinas fino all’ultimo incontro, nel luglio 2003, con la consegna al filosofo di Valence del prestigioso Premio Paolo VI, in Vaticano, da parte di papa Wojtyla; che mise in evidenza la forte affinità di ricerca di Ricoeur con l’enciclica Fides et Ratio.
«Con quel riconoscimento – rivela il cardinale – si è voluto onorare il filosofo, amante dei testi sacri, attento alle tendenze più significative della cultura contemporanea ma anche un uomo di fede impegnato nella difesa dei valori umani e cristiani». Di quella giornata Poupard ricorda un particolare: «Dietro indicazione di Ricoeur l’importo del premio è stato devoluto alla Fondazione John Bost, di area evangelica, che dal 1848 si occupa di handicappati, anziani e di altri soggetti in difficoltà, circa un migliaio di persone. In quel gesto è emerso il Ricoeur meno conosciuto, il suo grande stile cristiano dove si manifesta evangelicamente la frase: ‘Coloro che tutti respingono, io li accoglierò nel nome del mio Maestro’. Tutto questo dimostra che era non solo un accademico puro, un idealista ma anche un uomo pratico e attento al prossimo. Per me è stato il massimo filosofo del nostro tempo e un uomo di grandissima umanità e umiltà ». La mente del professore Jervolino corre all’ultimo incontro a Parigi, un mese prima della morte, con il suo antico maestro: «È stato lucido fino alla fine. Mi chiedeva sempre della politica italiana. Ricordo che era un divoratore di giornali, in particolare Le Monde.
Seguiva le vicende della vita perché voleva rimanere vivo fino all’ultimo, mantenersi attivo fino alla fine, contro la passività e tutte le forme di degrado. In fondo ha esaudito così la sua aspirazione, quella di mantenersi ‘vivo fino alla morte’. Un’espressione che ha dato il titolo alla sua ultima opera, pubblicata dopo la sua scomparsa».
in Avvenire, 20 mag 2010 pag. 32
Un alfabeto della speranza per il Paese
Un alfabeto della speranza per il Paese
Il documento preparatorio della 46.ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani ha la forma di una vera e propria Agenda in 12 domande. Proviamo a esaminarle in filigrana con un ipotetico indice dall’A alla Zeta.
L’Unità d’Italia gran fatto politico ma non evento identitario
CELEBRIAMO LA «COSTRUZIONE» DELLO STATO. L A NAZIONE C’ERA GIÀ
L’Unità d’Italia gran fatto politico ma non evento identitario
di FRANCESCO D’AGOSTINO *
Alcuni politici e qualche intellettuale avvertono con fastidio l’approssimarsi del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e vorrebbero addirittura cogliere l’occasione per deplorare un evento storico che peraltro con ogni probabilità ritengono anch’essi irreversibile. Per altri politici, invece, e per molti intellettuali, si tratta di una ricorrenza di grande valore, celebrare la quale sarebbe, così almeno la pensa Giulio Andreotti, «un dovere e non un’opzione facoltativa». La penso anch’ io così: quando parliamo dell’Unità, parliamo di un evento storico di grande rilevanza, che ha segnato in modo irreversibile la vita del nostro Paese e che merita di restare nella memoria collettiva di tutti, oltre che di continuare ad essere, come tale, oggetto di approfondimenti critici (è a questo, e non ad altro, che in definitiva servono le celebrazioni). Con un’avvertenza, però: ciò che andremo a festeggiare, il prossimo anno, è l’unità ‘politica’ d’Italia e nulla di più.
Nel 1861 non è nata l’«Italia»; più semplicemente è stato istituito sul territorio italiano uno «Stato unitario».
L’Italia, da un punto di vista culturale, artistico, linguistico e soprattutto religioso, era già unita da secoli e secoli.
Letta come evento ‘politico’, l’ Unità ha costituito un autentico traguardo storico, che merita tutte le celebrazioni. Questo non giustifica però la pretesa di qualificare la proclamazione del Regno d’Italia (e gli ulteriori eventi del 1866 e del 1870, senza voler arrivare al 1918, come pur sarebbe ragionevole fare) come un evento di rilevanza ‘nazionale’: si è trattato, invece, di un evento ‘politicamente’ di grande rilievo. La nazione italiana non ha avuto alcun bisogno di aspettare il trionfo dei movimenti risorgimentali per riconoscersi ed essere riconosciuta come tale da tutte le altre nazioni.
Tutte le difficoltà nascono dal fatto che ancora oggi la nozione di Stato viene purtroppo confusa con quella di Nazione.
Confusione che troviamo perfino nella nostra Costituzione, quando parla di territorio «nazionale» (art. 16) oppure quando (art. 87) afferma che il presidente della Repubblica rappresenta l’unità ‘nazionale’. È evidente che tra Stato e Nazione esiste uno strettissimo rapporto, che non giustifica però l’assimilazione dei due concetti. Lo Stato fa riferimento al «potere» (e alle modalità del suo esercizio), la Nazione invece all’«identità» di un popolo (e alle sue forme espressive).
La nazione italiana comprende anche il Canton Ticino, che afferisce politicamente allo Svizzera (che – come il Regno Unito – è uno Stato ‘multinazionale’ e non una ‘nazione’), mentre la cittadinanza italiana (il massimo tra i diritti ‘politici’) può ben essere legittimamente condivisa da chi non sia italiano per cultura, origine etnica o tradizione religiosa. Il tentativo di assimilare Stato e nazione (come è avvenuto in Francia, da Luigi XIV alla Rivoluzione) ha sempre comportato l’ effetto perverso della ‘politicizzazione’ dell’identità di un popolo, inducendo a valutarne la rilevanza in termini quantitativi e militari (la ‘potenza’) piuttosto che qualitativi, cioè in definitiva storici e ‘spirituali’. Non è un caso che la storia del Risorgimento sia scandita da ‘guerre di indipendenza’ e che le opere letterarie e musicali del tempo, di carattere patriottico, contengano un’esplicita esaltazione della guerra (così come l’Inno di Mameli, anch’esso erroneamente definito inno nazionale).
Se è doveroso (e lo è realmente!) celebrare l’Unità d’Italia, bisogna farlo con meditata consapevolezza. È indubbio che l’Italia attraverso l’Unità abbia consolidato indirizzato lo sviluppo della sua economia, abbia ottenuto maggiore attenzione nel concerto politico d’Europa, abbia garantito che alcune delle sue regioni più povere ottenessero significativi benefici, abbia soprattutto favorito movimenti demografici al proprio interno, indispensabili per la modernizzazione del Paese. Non dimentichiamoci però che ciò è potuto accadere perché, già molto, molto prima di costituirsi in Stato unitario, l’Italia si era già costituita, attraverso la sua lingua, i suoi costumi, la sua arte, la sua religione in nazione e tra le più antiche d’Europa.
Diamo alle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità il loro corretto carattere di celebrazioni storico-politiche e difendiamo l’unità e l’identità nazionale con altre e più efficaci modalità.
Avvenire, 5 maggio 2010 , pag. 2
* Francesco D’Agostino ha insegnato nelle Università di Lecce, Urbino e Catania. Dal 1990 è professore ordinario di Filosofia del diritto e di Teoria generale del diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, in cui attualmente dirige il Dipartimento di “Storia e Teoria del Diritto” e codetiene anche la cattedra di Filosofia del diritto alla LUMSA.
EDUCARE ALLA SESSUALITA’, ALL’AFFETTIVITA’, ALLA RELAZIONE
associazione italiana maestri cattolici
EDUCARE ALLA SESSUALITÀ, EDUCARE ALL’AFFETTIVITÀ, EDUCARE ALLA RELAZIONE
Violenze, stupri in classe, manuali per il “sesso sicuro”, distributori di profilattici a scuola… e, nel contempo, deplorevoli casi di abuso che vengono alla luce.
Quali rimedi? Cosa può fare la famiglia? Cosa può fare la scuola? E gli educatori?
È sicuramente necessario vigilare per evitare ogni forma di violenza, ma ciò non basta. La migliore prevenzione – lo sappiamo bene – è un’efficace educazione. Educatori e istituzioni devono, con competenza e responsabilità, farsene carico e, nella loro opera, dovrebbero essere orientati da una continua formazione, supportati dai mass media e da criteri valoriali comuni.
La società potrebbe cambiare, se si prestasse adeguata attenzione alle problematiche educative e si assicurassero alle persone (specialmente ai più giovani) spazi adeguati per la loro crescita, ove si possa essere educati e aiutati a indirizzarsi verso il bene con adulti capaci di orientare e accompagnare – responsabilmente – le giovani generazioni lungo i sentieri della vita.
È quanto mai opportuna una valida educazione sessuale adeguata alle varie fasi della vita, quale responsabilità prioritaria della famiglia, in interazione con la scuola e con gli altri ambienti educativi. Questa, però, non può essere ridotta a una distribuzione di manuali, né può essere limitata a una serie di lezioni o alla proiezione di qualche filmato e tantomeno delegata alle mille “informazioni” che girano nella Rete e che vengono quotidianamente fruite da gran parte dei nostri ragazzi.
La famiglia, talora, delega tale necessaria educazione alla scuola; la scuola, a volte, la appalta a esperti esterni; gli esperti, spesso, la riducono a fredda istruzione, carente di ogni aspetto responsabilizzante ed educante; stampa, pubblicità e Tv, il più delle volte, “supportano” tale formazione, abbinando la sessualità al gossip, alla violenza, al “mercato”. Il tutto risulta, poi, “innaffiato” dalla cultura del possesso e non da quella del dono, del “faccio ciò che mi piace” e non del “faccio ciò che è bene”, dell’apparire e non dell’essere, del frammento e non del progetto di vita, del relativismo valoriale e non della coerenza.
Ribadiamo, perciò, che l’educazione sessuale debba tendere anzitutto a promuovere una nuova antropologia, orientata al pieno rispetto di ogni persona, e che, quindi, non può essere slegata dall’educazione al senso della vita, dall’educazione affettiva ed emotiva, dall’educazione alla responsabilità.
Riteniamo opportuno, pertanto, sollecitare percorsi adeguati di formazione per quanti hanno responsabilità educative e ribadire la necessità che la scuola, in dinamico rapporto con la famiglia e le altre istituzioni educative, debba prendersi cura di una piena educazione che colga nella sessualità una dimensione propria dell’uomo e della sua realizzazione a cui porre particolare attenzione.
Roma, 22 aprile 2010
La Presidenza nazionale AIMC
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